Mi domando se ciò che avviene nel Pci non sia una vera inversione di rotta. Si ha l’impressione che ci sia molta confusione. La precipitazione con cui si sta buttando a mare il vecchio carico mi pare sospetta. Si resta a galla sì, ma è vuota la stiva. Ci si illude se si crede che si possano trovare facilmente nuove mercanzie ad ogni porto. Attenzione, c’è molta merce avariata in giro, molto materiale fuori uso che passa per nuovo
(Norberto Bobbio)

Era il 12 novembre 1989 quando Achille Occhetto diede il via alla svolta della Bolognina che porterà allo scioglimento del Partito Comunista Italiano.
Con svolta della Bolognina si indica quel processo politico che dal 12 novembre 1989, giorno dell’annuncio della svolta, a Bologna, al rione Bolognina del quartiere Navile, porterà il 3 febbraio 1991 allo scioglimento del Partito Comunista Italiano e alla nascita del Partito Democratico della Sinistra.
L’eutanasia del Pci, trascinato dalla maggioranza del suo gruppo dirigente sotto le macerie del muro di Berlino, provocherà una rottura drammatica nel partito, 1/3 del quale non seguirà Occhetto, D’Alema, Veltroni e compagnia nell’avventura che culminerà, nel 1991, con la liquidazione del più grande partito comunista dell’Occidente. Nel febbraio dello stesso anno nascerà Rifondazione Comunista.
Qualche anno prima, mentre già si profilava nel Pci lo scontro acuto fra la destra e la sinistra, così si esprimeva – senza mezzi termini – Enrico Berlinguer:
“(…) Mi pare dovrebbe risultare evidente in quale direzione va promosso e concretamente attuato il rinnovamento del nostro partito. Ma va chiarito subito che non si tratta di quel presunto rinnovamento al quale ci sollecitano troppi nostri critici o mentori. Secondo costoro, infatti, il rinnovamento del Pci si avrebbe effettivamente solo in presenza della seguente novità: il nostro partito dovrebbe cessare di essere comunista, dovrebbe finirla di essere diverso, dovrebbe cioè – come si ama dire oggi – ‘omologarsi’ agli altri partiti, ossia diventare ‘più democratico’, ‘ più occidentale’, ‘più europeo’, ma nel senso di divenire, in ultima analisi, una formazione politica come ce n’è tante, inserita nel sistema vigente e protesa, tutt’al più, a parziali e settoriali aggiustamenti al suo interno. Insomma, per tutti costoro daremmo la vera prova della nostra capacità di rinnovarci solo se rinunciassimo a rimanere un partito che, per i suoi caratteri, per lo stile della sua vita interna, per la sua condotta, per i suoi ideali, resta non assimilabile ai metodi di lotta politica, di governo, di gestione della cosa pubblica, al costume interno, ai modi di esercizio (e di abuso) del potere che caratterizzano gli attuali partiti non comunisti e anticomunisti italiani.
Per assurdo, saremmo gli autentici rinnovatori del nostro partito e dell’attuale sistema dei partiti se fossimo noi comunisti a cancellare la ‘questione comunista’ (…). Veti e sospetti cadrebbero, riceveremmo anzi consensi e plausi strepitosi dai nostri sollecitatori, se ci rinnovassimo nel senso apparente e fasullo da essi suggerito e auspicato, ossia se cambiassimo la nostra natura e divenissimo “uguali agli altri”, se abdicassimo alla nostra funzione trasformatrice, dirigente, nazionale, se decidessimo di “recidere le nostre radici pensando di fiorire meglio”, ciò che sarebbe – come ha scritto di recente Francois Mitterand – “il gesto suicida
di un idiota”. Non ci può essere inventiva, fantasia, creazione del nuovo se si comincia dal seppellire se stessi, la propria storia e realtà”.
Poi Berlinguer morì su quel palco di Padova, durante la campagna elettorale per le Europee del 1984, quando il Pci segnò uno straordinario esito elettorale, superando per la prima volta la DC e affermandosi come il primo partito d’Italia.

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