Mdp, Sinistra italiana e Possibile hanno alla fine confezionato su misura il proprio vestitino elettorale, con il solo, palese obiettivo, ormai dichiarato senza infingimenti, di conquistare in qualsivoglia modo, un posticino nel parlamento della Repubblica.
Uno strapuntino o poco più, che sarà verosimilmente appannaggio della nomenclatura ex-piddina, variamente disarticolatasi nel corso di questi mesi, ma rianimata dalla sola voglia matta di prendersi una rivincita nei confronti del pessimo Renzi.

Per fare cosa? Questo pare un dettaglio insignificante. Basta dare un’occhiata al documento programmatico sottoscritto dai tre per rendersi conto che al netto di qualche scontata dichiarazione di principio non c’è niente: niente di niente.

Nulla sulla premessa che fu all’origine dell’assemblea del Brancaccio, vale a dire l’irrevocabile giudizio sull’irriformabilità del Pd, di tutto il Pd, non soltanto di quello a trazione renziana, perché nella sua interezza guadagnato ad una cultura politica liberista; nulla, se non un’ impalpabile allusione alla riforma dell’Ue e soprattutto nulla sulla necessità di revocare i trattati che ne formano l’ossatura antisociale; nulla sull’alleanza militare di cui l’Italia è succube e sulla necessità di rompere quel perverso sodalizio guerrafondaio; nulla sulle misure incostituzionali e anti-popolari varate dal governo Monti (dall’abrogazione dell’articolo 18, alla cancellazione delle pensioni di anzianità all’allungamento dell’età pensionabile, al taglio drastico degli ammortizzatori sociali): tutte misure adottate con il consenso attivo di Berlusconi e della truppa di Bersani allora alla guida del Pd.

Ora costoro vorrebbero accreditarsi come espressione di una sinistra che ritrova se stessa, ma non vi è niente che autorizzi una simile ragionevole speranza.

Pare persino che ci sia già il leader in pectore della neonata coalizione, quel Pietro Grasso che da presidente della Camera non ha mosso un dito (come avrebbe potuto e dovuto fare) per impedire che si votasse la fiducia sull’ennesima legge elettorale incostituzionale.

Oggi Tommaso Montanari, promotore del Brancaccio, dimostrando un rigore morale, prima ancora che politico, che gli fa onore, ha annullato l’assemblea del 18, sparando a palle incatenate su Mdp, Sinistra italiana e Possibile che hanno dimostrato di non avere capito nulla del progetto che dal Brancaccio aveva preso le mosse.
Sbaglia invece, Montanari, quando attribuisce a Rifondazione una simmetrica volontà di ipotecare pro domo sua l’assemblea del 18.
Quel “riprendiamoci il Brancaccio”, dal petto uscito dopo la scoperta che Mdp, Sinistra italiana e Possibile stavano sequestrando l’assemblea per pilotarne l’esito nella solita palude politicista, indicava, certo veementemente, la necessità di tornare al progetto originario, quello che con tenacia Montanari torna a riproporre come unico terreno utile per la ricostruzione di una sinistra degna di questo nome.

Quanto a Sinistra italiana, pare abbia finito di sbattere da una sponda all’altra come una pallina da flipper.
Del resto, come recita un vecchio adagio: “Si cade sempre dalla parte dove si pende” e il trasformismo, l’opportunismo non sono certo merce rara nel mercato politico di questo paese.

“Un opportunista, per la sua stessa natura, eviterà sempre di prendere una posizione chiara e decisa, cercherà sempre una via di mezzo, si divincolerà sempre come un serpente tra due punti di vista che si escludono a vicenda, cercando di concordare con entrambi e di ridurre le proprie divergenze di opinione ad insignificanti obiezioni, dubbi, innocenti e pii consigli”.
Si esprimeva così, molti anni fa, un certo Vladimir Uljanov, detto Lenin, uno che di queste cose si intendeva.

Dino Greco