Il Consiglio comunale di Brescia proclama che il referendum consultivo sul modello di società che gestirà il servizio idrico provinciale “non s’ha da fare” (si veda l’articolo sul Giornale di Brescia del 4 novembre).

Queste le accorate motivazioni addotte da parte del Consigliere comunale e membro della Autorità d’ambito, Aldo Boifava:
1) con la scelta di dare vita alla costituenda società mista (a responsabilità limitata) non si rinuncia a considerare l’acqua “bene pubblico”;
2) lo statuto della società prevede che il socio privato non detenga quote proprietarie eccedenti il 49% del totale;
3) i sindaci dei Comuni interessati siederanno nel Comitato di indirizzo e controllo;
4) il settore pubblico non è in grado, da solo, di provvedere alla mole di investimenti che si renderà necessaria durante i prossimi anni;
5) non bisogna temere che il socio privato trarrà vantaggi dalla politica tariffaria e dal piano degli investimenti perchè le relative competenze spettano all’Ato ed all’Autorità nazionale per l’energia, il gas e il ciclo idrico.

Un discreto campionario di rassicurazioni, non c’è che dire. Peccato che non ve ne sia una convincente:
1) è del tutto irrilevante, per i cittadini-utenti, la solenne e formale proclamazione della sostanza idrica quale “bene pubblico”.
Quello che viene qui in rilievo è la sua mercificazione, con l’inevitabile parergo del profitto derivante dalla sua gestione;
2) analoga irrilevanza può attribuirsi all’elemento della conservazione, in capo alla parte pubblica, del 51% delle quote di capitale sociale: l’esperienza insegna che in aziende miste, sulla carta controllate dagli enti locali che ne posseggono la maggioranza, sono i partners privati a ispirarne le strategie e le politiche;
3) quanto appena detto si ripercuote sulla presunta rassicurazione che saranno i sindaci dei Comuni interessati a far parte del Comitato societario di indirizzo e controllo, con l’aggravante che, davanti a managers privati che applicano una gerenza di diritto privato, è raro trovare un sindaco con capacità e conoscenze tecniche tali da far valere il punto di vista del partner pubblico;
4) il fatto che il settore pubblico si trovi in una condizione di difficoltà rispetto al reperimento delle risorse utili a una politica di necessari investimenti, è il frutto venefico di una scelta politica generale, non certo dell’intervento di qualche divinità trascendentale. Le risorse (leggasi risparmio privato) vi sono, e perfino in quantità copiose, anche a Brescia. E’ solo che vuole essere l’onnipotente settore finanziario, con la complicità di una politica miope, a sceglierne le destinazioni, i relativi investitori (privati) e i modi per metterle a profitto (mercificando anche i beni pubblici per definizione);
5) il che ci porta diretti al punto finale, con l’osservazione che il voto al referendum del 2011 in cui prevalse il sì, intendeva impedire la remunerazione degli investimenti di soggetti privati. Soltanto che, guarda caso, gli interventi del governo prima (con uno dei decreti Madia, poi parzialmente abrogato dalla Corte Costituzionale), del Parlamento poi e, infine, del Consiglio di Stato hanno di fatto eluso il risultato del pronunciamento popolare. Non può quindi esercitare alcuna malia persuasiva la proposizione del Consigliere Boifava intorno alla decantata prevalenza dell’interesse pubblico all’atto della definizione delle politiche di investimento e di quelle tariffarie in seno agli organismi prima citati. Il regolato è già in condizione di poter catturare il regolatore.

La decisione definitiva compete all’apposita commissione provinciale ma, a mio parere, con l’aria che tira, il referendum provinciale sull’acqua pubblica non si terrà perchè lo schieramento politico trasversale che governa la Provincia di Brescia patrocina un modello di “finanziarizzazione” del ciclo idrico in linea con gli interessi della società (quotata in borsa) principale “candidata” all’aggiudicazione della procedura per la scelta del socio privato all’interno dell’azienda mista prima accennata (non scrivo la ragione sociale, dico solo che inizia con “a” e termina con la stessa lettera). Si tratta dell’ormai consueto canovaccio: ai politici le carriere, ai potenti “managers” le prebende e agli azionisti di maggioranza, indipendentemente dalla qualità del servizio, i profitti.

Ricordo infine che le società per azioni quotate in Borsa che si occupano di servizi pubblici locali hanno, quale missione prioritaria, la valorizzazione delle quote azionarie. Gli investimenti finalizzati allo sviluppo de servizi non sono il precipuo fine societario, ma sono un mezzo per il perseguimento della anzidetta “vera” missione societaria.

Fra l’altro, gli investimenti (solitamente di livello non elevato in tutte le esperienze pregresse) sono condizionati a un certo tasso di remunerazione (tuttora centrale, grazie anche, come detto, al disatteso esito referendario del 2011), il quale, per essere realizzato comporta: 1) un incremento delle tariffe applicate all’utenza sì da fare in modo che il ritorno dell’investimento sia celere; 2) una pressione verso il peggioramento delle condizioni retributive dei lavoratori.

Insomma, se l’esito della procedura di aggiudicazione del servizio sarà quello più probabile, si assisterà all’ennesima replica di tutte le tipiche modalità gestionali liberiste che, invece di arretrare dinanzi alla crisi di redditività dal liberismo stesso provocata, riescono, grazie a una politica collusa e sprovveduta, a consolidarsi ulteriormente.

Sergio Farris