Io ho fatto sempre le piccole cose, che sono quelle più frequenti. Se le fai, puoi arrivare a settant’ anni ed essere soddisfatta di te. Se non le fai, non hai le tue forze. Anche se è vero che le cose grandi, in vista delle quali facevi le piccole, non sono realizzate, o, peggio, sono andate in pezzi. Ma voglio essere sincera fino in fondo. Se sono serena, non è solo perché ho fatto tante piccole cose e, nel farle, ho incontrato uomini e donne e con loro ho vissuto e lavorato per qualcosa che credevo giusta. Già questo sarebbe molto. Ma forse non abbastanza. Sono serena perché, incorreggibile ottimista — figlia, in questo, di mio padre — sono convinta che le grandi cose che hanno costituito il filo conduttore del mio impegno — la fine delle ingiustizie sociali, una reale uguaglianza tra i popoli, la libertà, la pace — e quelle che sono venute dopo — un mondo libero dall’inquinamento, rispettoso delle leggi della natura, multietnico — ci mettono, per realizzarsi, più tempo di una vita, della mia certamente, ma alla fine si compiono

Marisa Musu

(Le ragazze e i ragazzi del GAP centrale di Roma che portarono a compimento anche l’attentato di via Rasella)

Può una persona divenire “un classico”, in quell’elenco di sensi e significati che Calvino attribuisce alla letteratura?  
Può una donna, con la sua vita e soprattutto con la sua testimonianza, rappresentare qualcosa che deve essere conosciuto in maniera imprescindibile per poter tentare di dare valore anche a ciò che ci rappresenta oggi e che spesso, invece, vien fatto cadere nella retorica e, peggio, nell’inutilità? 
Può, assolutamente.

La storia di Marisa Musu, la ragazza di via Orazio, la “comunista irrequieta”, così come lei stessa si definisce nella sua biografia, ha talmente tanta straordinarietà e talmente tanta normalità da riuscire a mettere a posto tutti i collegamenti saltati tra il passato, suo, e il presente, nostro; collegamenti che sono arrugginiti sotto la vigile costanza della nostra pigra e abulica indifferenza. 

Sara Balzerano